
Cerco sempre di coltivare me stessa, talvolta anche in periodi bui. Da sempre alimento la fiamma della mia esistenza in modo istintivo, automatico. Quando la mia mente si rifiuta e nega ogni possibilità di riscatto, prende il sopravvento l’istinto magico del mio corpo: piango fino a rilasciare le tensioni più amare, respiro aria fresca fino a riempire i polmoni di ogni speranza.
Invece, quando i frammenti della mia mente si riordinano, cerco di coltivarmi con letture ispiranti e momenti appaganti. Leggere mi stimola, e massaggia il mio sistema nervoso fino a farmi venire sonno; correre nelle ore più fredde, per esempio, mi fortifica e mi diverte.
Tuttavia, né l’intelligenza del mio corpo né la forza della mia mente sono abbastanza, poiché più coltivo me stessa e più comprendo quanto sia malsano il mondo in cui vivo, e più aumentano i motivi per trascurarmi. Perché, anziché elevarmi, essere consapevole mi peggiora?
Ho scoperto, facendo introspezione negli anni, che mi peggiora quando escludo la mia interpretazione soggettiva e mi affido ciecamente a quelle oggettive, ufficiali o più autorevoli. Ho imparato che esplorare l’alternativo o l’incerto, a volte, può essere salvifico. Mi sono resa conto che la mia verità è la chiave, che apre la porta a una vita consapevole e il più possibile positiva.
Senza tanti sforzi, coltivare la mia verità mi regala in automatico emozioni di gioia, che contrastano il pessimismo e soddisfano finalmente una speciale e potente parte di me che questo mondo il più delle volte delude.
Coltivando me stessa, coltivo verità e gioia, che mi riportano al punto di partenza, in un processo senza fine intimo e virtuoso, capace di offrire sempre lo stesso effetto, indipendentemente da dove inizio.
di Serena Speca
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Immagine iniziale di Piyapong Saydaung da Pixabay
