
La spiritualità si muove tra l’astratto e il materiale, non come una contraddizione, ma come una sintesi di elementi che si alimentano reciprocamente. L’esistenza non si riduce al semplice atto di vivere; essa è ricerca di un senso che la arricchisca. E questo senso non può risiedere nel materialismo, che si limita a spiegare ciò che è oggettivamente osservabile, ma affonda le radici nella spiritualità, che arricchisce la comprensione della realtà attraverso un approccio soggettivo. Cercare un significato che vada oltre l’immediato non significa negare la materia, ma ampliare la percezione del mondo come atto di affermazione e realizzazione di sé.
Da questa premessa, la spiritualità, unica per ciascuno, si configura come un processo esplorativo che non può imporre verità assolute, poiché il suo scopo è vasto e riguarda l’evoluzione. Tuttavia, essa può diventare uno strumento prezioso, capace di svelare gli aspetti più autentici della nostra esistenza, inclusa quella materiale. Per connettere la spiritualità alla realtà materiale, è necessario trasformare questo svelamento in apprendimento, cioè in un processo di comprensione e adattamento di ciò che è stato rivelato. Questo processo è, a mio avviso, il più interessante e sfidante, poiché si intreccia perfettamente con l’esistenza materiale, quella che la cultura ufficiale o le scienze spiegano.
Infatti, una volta compresa una verità tramite rivelazioni, intuizioni, conoscenze alternative, esperienze straordinarie o ragionamenti lucidi, per evolverci è necessario calarla nella vita quotidiana. Non possiamo farlo in modo costruttivo se non comprendiamo a fondo la realtà in cui viviamo. Per fare un esempio: se scoprissi di essere in grado di prevedere il futuro, a che servirebbe questa previsione se non avessi gli strumenti per diffonderla o la capacità di comunicarla in modo utile?
Il punto è che la spiritualità non è solo connessione con ciò che è trascendente o immanente, ma, nei casi migliori, è anche evoluzione della vita materiale. Questa evoluzione si fonda su quattro principi fondamentali:
- Maturità fisica, mentale e soprattutto emotiva. La maturità emotiva è la più difficile da raggiungere, poiché non dipende dall’età biologica né da quella dell’anima.
- Maturità intellettuale. Si tratta di abbandonare le vecchie certezze per costruire nuove prospettive.
- Sviluppo del lessico e delle capacità comunicative. L’acquisizione di strumenti adeguati per uscire dall’analfabetismo funzionale.
- Coerenza, presenza e vigilanza. Essere coerenti, presenti a se stessi e vigili, così da potersi mantenere in equilibrio
Questi principi, che potrebbero sembrare banali o scontati, sono il frutto di un’assimilazione significativa che aiuta a integrare la spiritualità con la realtà materiale. In assenza di questi elementi, la spiritualità può certamente illuminare, ma non darà inizio a un processo di potenziamento dell’uomo, nemmeno quando comprende pratiche esoteriche. D’altra parte, chi rifiuta la dimensione spirituale ma incarna i quattro principi sopra citati, sarà comunque più avvantaggiato di coloro che pongono i valori spirituali prima di tutto e che si limitano solo alla fase di svelamento. Lo sarà anche rispetto a chi pratica la spiritualità senza incarnare i quattro principi.
La fase di apprendimento della spiritualità non è obbligatoria né ha una scadenza: essa è sempre possibile e avviene nei tempi giusti per ciascuno. Tuttavia, è essenziale per chi desidera raggiungere una consapevolezza superiore e più completa. Svelando il mondo sottile e incarnando i quattro principi, abbiamo la chiave per sviluppare il nostro lato più autentico e straordinario, che non è fatto solo di temperamento, carattere o personalità, ma da un collante sottile che armonizza tutte le nostre caratteristiche. Tale armonizzazione non riguarda solo la sfera percettibile, ma si estende anche alla dimensione trascendente. Perciò, chi rifiuta la trascendenza può sì trovare un senso nella vita, nei migliori dei casi, ma non riuscirà mai a renderla sacra. (1)
Rendere la vita sacra, secondo me, significa:
- Aspettare a lungo prima di agire per un obiettivo speciale, o fare piccoli passi in tempi lunghi, come una sorta di contemplazione del fare.
- Rinunciare, temporaneamente o permanentemente, a una o più certezze importanti, come un sacrificio del pensiero
- Guardare la vita materiale o quotidiana non come un esperimento della realtà, ma come un meccanismo autonomo, senziente e intelligente. (2)
- Riconoscere che i risultati ottenuti con l’auto-esplorazione o la riflessione psicologica, seppur profondi, rimangono su un piano mentale, orizzontale, analitico, e rischiano di condurre a un circolo vizioso. Continuare a scavare nella stessa buca, accettando i limiti dell’umano, o riconoscere che la scala per uscirne esiste solo accettando una realtà spirituale? (3)
Poiché la dimensione spirituale è parte integrante della materia e viceversa, il lavoro serio di chi abbraccia una visione spirituale e di chi adotta una prospettiva materialista, ciascuno nel proprio campo, prima o poi porterà all’armonizzazione definitiva dei due ambiti, che mi piace definire come l’armonizzazione finale. Per ora, però, visto il rifiuto della maggior parte dei materialisti nel collaborare con le realtà sottili o con i professionisti spirituali, confido maggiormente nel buon senso e nell’impegno di coloro che, evitando estremismi o eccessive astrazioni, hanno la possibilità, seppur parzialmente, di rendere visibile l’invisibile, incarnando i principi sopra citati e realizzando i propri compiti.
di Serena Speca
Note, fonti, letture:
(1) Trovare un senso nella propria vita è possibile anche con una concezione materialista, nel caso di una flessibilità innata che porta ad accettare con facilità aspetti ‘altri’ o, più semplicemente, il dubbio che qualcosa di più possa esistere. Tuttavia, il fatto che questo senso non riesca ad arricchire o sacralizzare la vita non significa che essa non sia già sacra – lo è, nel senso di essere degna di grande rispetto, ma non nel senso più profondo e originario del termine. A mio parere, il senso trovato da un materialista flessibile può essere edificante, ma non sarà potenziante. Qualcuno è in grado di farmi cambiare idea?
(2) Lavare i piatti non è un gesto che scelgo consapevolmente di fare, ma è la vita che mi impone di farlo per ragioni più sottili. Se non lo facessi, a lungo andare, anche senza conoscerle, mi esporrei a rischi o commetterei uno spreco. Le ragioni non riguardano solo la salute, poiché potrei facilmente evitare di lavarli buttandoli e ricomprandoli, o scegliendo piatti alternativi e sicuri. Queste ragioni, tuttavia, dipendono principalmente dal rispetto che abbiamo verso noi stessi e ciò che ci circonda. Un rispetto che non soddisfa solo una necessità etica o morale, ma che risponde innanzitutto a una necessità psicologica ed emotiva. Eppure, queste necessità sono imposte dalla vita per motivi ancora più sottili, che vanno oltre la dimensione psicologica, poiché quest’ultima non può spiegare la correlazione nascosta tra la mano, il piatto, il sapone, la spugna e l’azione meccanica del pulire.
(3) Il metodo scientifico non ha gli strumenti per dimostrare l’esistenza della realtà spirituale, perché riguarda solo il mondo materiale. Inoltre, può avere difficoltà anche nello studio della realtà fisica, soprattutto quando ci sono problemi di riproducibilità o limiti nell’osservazione. La realtà spirituale, per ora, si rivela a chiunque in tutta la sua accecante chiarezza, quando la saggezza si unisce alla praticità della conoscenza.
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v. ivi, p. 297.
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